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RICHARD POUSETTE-DART
17 febbraio – 20 maggio 2007
La prima retrospettiva europea dei dipinti di RICHARD POUSETTE-DART (1916-1992), il più giovane esponente degli espressionisti astratti americani e uno dei maggiori artisti americani della seconda metà del Novecento. Pousette-Dart offrì un contributo essenziale al movimento dell'Espressionismo astratto: già nel 1941 dipinse tele di grandi dimensioni, con un'energia che anticipava la Pittura d'azione, adottando la mitologia greca e dei nativi d'America come soggetto delle sue opere. Nella tradizione del Trascendentalismo americano egli credette fermamente che la materia e i simboli astratti della pittura potessero rivelare verità universali e la dimensione spirituale del reale. Organizzata in collaborazione con l'Estate of Richard Pousette-Dart di New York, e l'American Contemporary Art Gallery di Monaco. La mostra è resa possibile grazie a: Intrapresæ Collezione Guggenheim; Regione del Veneto; Banca del Gottardo; Tratto. Servizi per l'arte. Dopo essere stata presentata al Museo Solomon R. Guggenheim di New York (17 agosto – 25 settembre 2007), una selezione della retrospettiva è stata inoltre esposta Lugano, alla Galleria Gottardo, 10 ottobre – 22 dicembre 2007.

PEGGY GUGGENHEIM: UN AMORE PER LA SCULTURA
22 febbraio–22 aprile 2007
a cura di Luca Massimo Barbero

luogo: Fondazione Cariverona, Verona



ALL IN THE PRESENT MUST BE TRANSFORMED: MATTHEW BARNEY AND JOSEPH BEUYS
6 giugno – 2 settembre 2007
La mostra, curata da Nancy Spector, Curatore capo del Museo Solomon R. Guggenheim, New York, mette in rilievo le affinità esistenti tra l’opera di due artisti, che, sebbene appartenenti a generazioni e geografie diverse, condividono alcuni interessi chiave sia estetici che concettuali. La mostra prende in esame l’uso metaforico dei materiali, l’attenzione per la metamorfosi, e la relazione tra l’azione e la sua documentazione nella pratica dei due artisti. Sono, inoltre, messe in luce alcune fondamentali differenze d’ordine filosofico tra Matthew Barney e Joseph Beuys, alimentate dalla divisione tra pensiero moderno e postmoderno, che ampliano ulteriormente la nostra comprensione delle singole opere dei due artisti. La mostra è resa possibile grazie a RIGroup. Ulteriore contributo offerto da Deutsche Bank.

VEDOVA. MONOTYPES
9 giugno – 2 settembre 2007
Questo tributo al maestro veneziano scomparso riflette la duratura amicizia che lega Peggy Guggenheim, Emilio Vedova e Venezia. Peggy vede nel giovane Vedova, il primo artista conosciuto al suo arrivo a Venezia nel 1946, una stella nascente dell’avanguardia europea e acquista due opere importanti degli anni ’50 che sono tuttora nella sua collezione: Immagine del tempo / Sbarramento (1950) e Città ostaggio (1954). Questa esposizione celebra la pubblicazione del volume Emilio Vedova: Monotipi e presenta alcune opere appartenenti a due serie di monotipi, tra le ultime opere di Vedova prima della morte avvenuta nell’ottobre del 2006: la prima viene commissionata da Art of the Next Century di Sandro Rumney nel novembre del 2005, e la seconda segue spontaneamente la precedente. Spesso scambiato per una stampa, il monotipo è un’opera a sé stante, la cui tecnica sfida l’approccio convenzionale sia alla stampa che alla pittura. Il monotipo è il risultato del trasferimento di una composizione pittorica – su vetro, metallo, plexiglas o qualsiasi altra superficie liscia non assorbente – su un altro supporto, generalmente carta. La composizione è a colori liquidi, di solito olio, ma anche tempera, guazzo, inchiostro. I pigmenti sono applicati direttamente col pennello o, come in questo caso, con le dita. Il trasferimento della composizione è diretto e la semplice pressione con il palmo della mano, misurata ai fini del risultato voluto, può risultare sufficiente. I monotipi di questa serie sono intitolati Spazi Opposti e sono una coerente evoluzione della pittura di Vedova come “evento” unico e irripetibile. In una interpretazione contemporanea della celebrata tradizione pittorica veneziana, Vedova rifonda questa narrativa lavorando in senso opposto alla pittura. Le immagini suggeriscono spazi dinamici, curiosamente liquefatti, che ricordano nella loro materialità il fluire e il rifluire della laguna veneziana. Creando i monotipi con le mani, Vedova stende e governa il colore decidendo così il risultato finale: non un doppio (come accade nella stampa), ma esattamente l’opposto.

ROSSO. LA FORMA INSTABILE
22 settembre – 6 gennaio 2008
Curata da Paola Mola e Fabio Vittucci, la mostra traccia, attraverso sculture, cere, gessi e bronzi, fotografie e documenti inediti, la riscoperta della complessa estetica contemporanea di Medardo Rosso.La mostra è realizzata in collaborazione con il Museo e l’Archivio Medardo Rosso di Barzio (Como) che custodiscono l’intera eredità di opere e l’archivio dello scultore, giunti eccezionalmente integri alla pronipote. In collaboraizone con Corriere della Sera, con il sostegno di Regione Veneto, grazie a Art Forum Wurth. Rosso (Torino, 1858–Milano, 1928) è una figura nota, ampiamente studiata e attualmente consolidata nel panorama europeo della scultura di fine Ottocento come precursore della modernità. Tuttavia, per la parte più significativa della sua produzione, oggi Rosso è ancora sconosciuto. Il vaglio sistematico e capillare dei documenti, carte e lettere dell’Archivio apre ora orizzonti inattesi e del tutto contraddittori rispetto all’immagine tramandata dello scultore scapigliato-impressionista. Rosso, per natura, è stato un ingegno nascosto: ha abilmente occultato tutto il suo lavoro sulla fotografia, ha esposto a più di quindici anni di distanza le opere che gli erano più care come Madame X o Yvette Guilbert, e alla fine della sua vita, ha distrutto, come Marcel Duchamp, tutte le lettere ricevute dai suoi corrispondenti. Fin dall’inizio della sua carriera ha abilmente diretto le linee delle sua biografia, contribuendo alla definizione di una visione univoca della sua arte, assunta senza discussione dalla storiografia, così che l’intera parte novecentesca della sua vitalità creativa è rimasta finora senza voce. La mostra si propone, sostenendo il grande sforzo di restituzione dello scultore alla complessità della sua storia, di rendere partecipe del panorama emerso non solo il grande pubblico, e quello degli studiosi, ma anche il mondo contemporaneo dell’arte che potrà trovare, nella prassi artistica di Rosso, impensate consonanze e aperture alla riflessione. La scelta di esporre una selezione di sculture documentate, tra cui Madame X (1896), Yvette Guilbert (1895), Rieuse (1890), Enfant malade (1889), testimonia il complesso lavoro di datazione e di ricostruzione della produzione di Rosso, per il quale il tempo sembrava importare poco: a volte è l’artista stesso a confondere le date delle sue opere, come se per lui l’opera fosse una cosa fluida che dura per la vita in scultura o in fotografia. Sul piano specificamente storiografico molti dati inediti metteranno infine da parte questioni dibattute, e non secondarie, nel panorama dell’arte del Novecento. Troverà, inoltre, ampio spazio il lavoro sulla fotografia: oltre 100 opere fotografiche provenienti dall’Archivio Rosso aggiungeranno un tassello alla questione, centrale nella contemporaneità, della relazione tra Scultura e Fotografia. Le parole di Paola Mola svelano il senso di questa relazione annunciata fin dal titolo della mostra: “Ho pensato alla parola Forma perchè comprende scultura e fotografia e perchè non è necessariamente concreta, può essere anche quello che resta nell'occhio o nella memoria. Instabile anche per qualificare la scultura di Rosso in relazione a quella antica radicata nel terreno, quella che segna i luoghi: l'obelisco, l'altare; ma anche per distinguerla da quella ottocentesca o anche novecentesca sulle basi o piedestalli. Rosso è da camera, da ‘mobile’, mobile appunto, da teca trasparente e riflettente. Perciò la forma instabile".

PEGGY GUGGENHEIM E L’IMMAGINARIO SURREALE
Arca, ex Chiesa di San Marco, Vercelli
10 novembre 2007 – 16 marzo 2008

Il 10 novembre a Vercelli, nella nuova struttura espositiva ARCA, la Regione Piemonte e la Città di Vercelli, in collaborazione con la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, hanno presentato la mostra “Peggy Guggenheim e l’immaginario surreale”. Più di cinquanta capolavori appartenenti alle collezioni veneziane e newyorkesi dei musei Guggenheim riuniti per la prima volta in questo allestimento. La mostra, a cura di Luca Massimo Barbero, curatore associato della Collezione Peggy Guggenheim, è la prima tappa di un progetto triennale per rendere omaggio a una delle più importanti figure dell’arte del ventesimo secolo. In “Peggy Guggenheim e l’immaginario surreale” è possibile seguire l’affascinante percorso parallelo fra Peggy Guggenheim, appassionata e assidua sostenitrice delle arti, e quell’immaginario surreale che caratterizza i protagonisti certi del movimento surrealista e che percorre l’intera storia delle avanguardie e della prima metà del secolo scorso.



credits: Hangar Design Group